giovedì 25 agosto 2011

CO' RIVA EL TRAMONTO A TRIESTE

Molo Audace... grandioso, vasto ed antichissimo molo triestino (in origine si chiamava Molo S. Carlo, fino all'autunno 1918), dove attraccarono, ed attraccano ancora talvolta, grandi ed importanti navi. Incantevole luogo dell'anima, da sempre suggestivo per chi si vuol bene e desidera godersi in buona compagnia i tramonti più splendidi e meravigliosi..

...e proprio qui è ambientata la mia poesia (scritta nell'estate dell'anno 2000)... quella alla quale sono più affezionato da sempre (ne ho scritte tante, carine e meno carine, ma questa resta la mia preferita... la più sentita)! Infatti d'estate ci sono tramonti infuocati sul mare di fronte alle rive di Trieste, e sulla punta di questo molo si ritrovano da sempre, dopo una passeggiata mano nella mano, le coppiette di innamorati che si fermano ad ammirare il tramonto cullandosi fra i propri dolci pensieri.
In questi momenti, su questo piccolo pezzettino di pietre sull'Adriatico tinto di rosso fuoco, la "schiavitù" del mondo moderno non ha più senso!!!
Cellulari che suonano all'impazzata mandando freddi sms elettronici, la fretta, i problemi vari e le nevrosi quotidiane... tutto ciò, davanti ai tramonti che si possono gustare da questo molo, s'annulla definitivamente,  lasciando spazio solo alla dolcezza ed alle carezze che si confondono con le onde del mare...

Una poesia che si riallaccia al folklore, poiché anche queste "soste degli innamorati sul Molo Audace", possono benissimo essere inserite tra le tipicità di Trieste.

Qui di seguito la mia poesia in versione originale, in vernacolo triestin, e più sotto la medesima in italiano:

CO' RIVA EL TRAMONTO A TRIESTE
(René)

Co' riva el tramonto a Trieste
xè robe che te pol sol sognar
storie de amor incantado
sule onde vedo pessi saltar
E co' se inalza la Bora, gelido vento azurin
pian pianin cala la sera sul tuo dolze visin sbarazin

Co' riva el tramonto a Trieste
mi canto e te amo de più
te inalzo fin su nel ciel,
più in alto e ancora più su

Zogar felice sul molo come un bambin
mentre in alto compari timidamente l'astro del matin...
Lasso el mio cor saltelar scivolando sora le onde del mar
veloce un cocal poi lo guanta e te lo dona con tuto el mio amor...

Nel gran canzonier dela vida, xe gente che per el denar
perdi la sua partida e indrio no pol più tornar
Sogni e ilusioni de tanti sperdui in aria come un fuscel
l'acqua salmastra sferza i nostri visi, te stringo forte e xe tuto più bel

Co' riva el tramonto a Trieste
mi canto e te amo de più
te inalzo fin su nel ciel,
più in alto e ancora più su

Zogar felice sul molo come un bambin
oci scintilanti, gemme radiose là indove iera solo del vin...
Lasso el mio cor saltelar scivolando sora le onde del mar
veloce un cocal poi lo guanta e te lo dona con tuto el mio amor...
..........................................................................................
Traduzione in italiano:

QUANDO ARRIVA IL TRAMONTO A TRIESTE
(René)

Quando arriva il tramonto a Trieste
son cose che puoi sol sognar
storie di amor incantato
sulle onde vedo pesci saltar
E quando si innalza la Bora, gelido vento azzurrino
pian pianino cala la sera sul tuo dolce visino sbarazzino

Quando arriva il tramonto a Trieste
io canto e ti amo di più
ti innalzo fin su nel cielo,
più in alto e ancora più su

Giocar felice sul molo come un bambino
mentre in alto compare timidamente l'astro del mattino...
Lascio il mio cuor saltellare scivolando sopra le onde del mar
veloce un gabbiano lo afferra e te lo dona con tutto il mio amor...

Nel gran canzoniere della vita, c'è gente che per il denar
perde la sua partita e indietro non può più tornar
Sogni e illusioni di tanti sperduti in aria come un fuscello
l'acqua salmastra sferza i nostri visi, ti stringo forte ed è tutto più bello

Quando arriva il tramonto a Trieste
io canto e ti amo di più
ti innalzo fin su nel cielo,
più in alto e ancora più su

Giocar felice sul molo come un bambino
occhi scintillanti, gemme radiose là dove c'era solo del vino...
Lascio il mio cuor saltellare scivolando sopra le onde del mar
veloce un gabbiano lo afferra e te lo dona con tutto il mio amor...

René 2000


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Qui sotto un mio disegno dell'epoca, raffigurante la poesia (cliccandoci sopra lo potete visualizzare in grande):


martedì 23 agosto 2011

LA "MUTA" - BREVE SGUARDO SULLE CASE CHIUSE DI TRIESTE...

A Trieste, esiste un argomento poco o nulla affrontato da storici ed appassionati di cronaca triestina d'altri tempi... il cosiddetto fenomeno delle "case chiuse".
Un tessuto storico ricco di oscuri ricami, perduti nelle pieghe delle antiche memorie oramai sparse qui e là in consunte frattaglie di tempo.




Io mi limiterò solo ad un breve excursus dedicato esclusivamente al XX° secolo, essendo già presenti su internet da qualche tempo alcune informazioni storiche più dettagliate riguardo i postriboli più antichi esistenti a Trieste già in epoca medievale.

La gran parte di questi bordelli triestini si trovavano nella zona di Cittavecchia, e conobbero il loro massimo splendore nel periodo a cavallo tra il primo '900 ed il secondo dopoguerra, fino all'avvento della Legge Merlin. 




Ogni vicolo, ogni via da Cavana fino a sotto il colle capitolino di San Giusto, pullulava di questi angoli di mondo, dove chiunque poteva trovare un proprio sfogo, non solo fisico ma anche psichico.





I bordelli più frequentati si trovavano in Via dell'Altana, Via del Fico, Via del Fortino, Via delle Beccherie Vecchie ed infine Via dei Capitelli. Ma tanti altri sorgevano un po' dappertutto tra le zone di Cavana e Riborgo.




 Notissima era la "Villa Orientale", situata in via Bonomo. Uno dei bordelli più "sciccosi", del quale possiamo vedere, qui sotto, un'immagine d'epoca pubblicata su una cartolina non viaggiata (la cartolina è di proprietà del signor Dario Fontana, che ringrazio):





Grande fama tra gli anni venti e gli anni '40 riscosse la casa di tolleranza chiamata "La Francese", situata fino al 1958 in Via dei Capitelli n. 6.

Uno dei biglietti da visita della casa La Francese:




Considerata come una delle più chic, distribuiva ai propri clienti un biglietto da visita in 4 lingue.

Qui sotto un mio disegno, raffigurante l'interno de La Francese, durante una serata "allegra" di alcuni militari fascisti del 1932 (come sempre cliccare sulle immagini per visualizzarle in grande):




Recentemente, una decina d'anni fa circa, durante i lavori di restauro del Piano Urban, sono riaffiorati alcuni antichi affreschi ottocenteschi, raffiguranti donne desnude. Tali dipinti invogliavano il cliente durante l'attesa del proprio turno.






Un altro famoso bordello era il "Metro Cubo", situato in Via del Fortino. Esso era il bordello più lurido ed infimo, e pure piccolo (da qui il nome), ma molto apprezzato dal grandissimo scrittore irlandese James Joyce, durante la sua permanenza a Trieste.

Quando Trieste era occupata dai tedeschi, nell'atrio della stazione ferroviaria esisteva un elenco di case di tolleranza autorizzate. Tale elenco serviva soprattutto ai militari, i quali vi potevano poi accedere con regolare permesso rilasciato dal proprio comando. Ovviamente anche sotto l'amministrazione anglo-americana, le prostitute erano sempre munite di un obbligatorio salvacondotto sanitario rilasciato dalla Questura.

Qui sotto libretto sanitario tedesco, rilasciato a Trieste per le case di tolleranza:




Sempre nel periodo anglo-americano, alcuni bordelli venivano segnalati "Off Limits", tramite apposite X cerchiate dipinte sui muri vicino alle entrate di tali bordelli proibiti alle truppe.


Qui sotto due foto dell'epoca, con i simboli "Off Limits".. la prima in Via del Fortino, vicino Cavana, e la seconda in Via del Fico:








Negli anni della seconda guerra mondiale, nella zona di Cittavecchia, dove vi era un fitto numero di postriboli, vi era una ragazza, muta dalla nascita, conosciuta per l'appunto solo come "la muta".
Essa conobbe la fama soprattutto negli anni del dopoguerra, allorquando i soldati anglo-americani usavano spesso "passare un po' di buon tempo libero" in quei luoghi dimenticati da Dio, qual erano i bordelli.

Dopo l'avvento della sopracitata Legge Merlin, la "Muta" ed altre sue colleghe continuarono il "mestiere più antico del mondo" in semiclandestinità, in proprio.

Oltre alla "Muta", vi erano anche altre due famose prostitute, nominate la "Garibaldina" e la "Bersagliera".

Qui sotto, un mio pupolo raffigurante la "Muta" e un militare del TRUST in... "libera uscita"!!! :D




Tutte e tre usavano spesso e volentieri "procacciarsi clientela", attacando bottone all'antica "Trattoria La Grotta", e successivamente al vicino "Bar de Lucia". 
Il bar, situato all'angolo tra l'inizio di Via dei Capitelli, Cavana e Via delle Beccherie Vecchie, chiuse i battenti nei primi anni '80. In quest'ultimo lasso di tempo, non era raro incontrare durante il giorno alcune prostitute dell'epoca d'oro, oramai invecchiate, tra cui la "Muta", ma anche la Bersagliera. Quest'ultima riconoscibile dai capelli tinti in un nero scurissimo, ed un pesantissimo trucco, nonostante l'età avanzata. Inoltre si portava sempre dietro un piccolo mangiadischi degli anni '60, dove inseriva continuamente dei 45 giri con canzoni patriottiche, e soprattutto la "Canzone dei Bersaglieri", suonata in continuazione (da qui il curioso soprannome in tema). Fumava, beveva e rideva sempre, ogni giorno con ogni tempo.

Qui sotto il "Bar de Lucia"  negli anni '70 e successivamente alla fine degli '80, oramai abbandonato e totalmente ricoperto da numerosi graffiti variopinti, sui quali dominava la simpatica intestazione goliardica "Fulminelli Street". Nel 2001 l'intero palazzo è stato ristrutturato, diventando l'attuale sede della "Casa della Musica"!








La "muta" forse è ancora viva... qualcuno asserì di averla vista, oramai anzianissima, ancora in giro in Via S.Michele, fino al 2005 circa.


      René

domenica 21 agosto 2011

LA MIA AMICA SABRINA, DETTA "SAB"... LA REGINA DEI COLOMBI!

Buonasera a tutti.

Stasera (nel momento in cui scrivo) fa molto... troppo caldo. Quindi aggiorno solo brevemente il blog... ma non è un aggiornamento di minor conto, anzi.

Voglio porre anche qui un omaggio ad una mia grande amica, simpatica, bella, intelligente, musicale, canterina, solare, ecc..

La mitica Sab!

Il suo vero nome è Sabrina, ma preferisco chiamarla con questo diminutivo.


La conobbi nell'ormai lontano anno 2000, allorquando svolgevo servizio di volontariato, assieme a suo cugino Manuel (grande persona anche lui!), nell'ambito di "Mondo 2000", un'associazione di volontariato no profit, fondata da me e da altri amici, ed operante ancor oggi in seno al Collegio del Mondo Unito dell'Adriatico, Duino (UWCAD - United World College of Adriatic Duino: frachè qua se volè darghe un cuc al sito del colegio de Duin  )


Dicevo simpatica, anche perché da anni sopporta le mie bonarie prese in giro sul fatto della sua vera e propria fobia per i colombi... la "colombofobia"!
Di questa colombofobia della Sab, ne ho fatto un vero e proprio tormentone (addirittura un gruppo su Facebook).

Ma voglio omaggiare la Sab qui nel mio blog, anche perché lei stessa è una grandissima appassionata delle tradizioni triestine, delle foto e/o notizie d'epoca, witz, canzoni, e tutto ciò che è "patoco"! Sempre grazie a lei ho potuto scovare tante bellissime foto d'epoca di Trieste. 


E' raro oggigiorno (purtroppo) trovare una mula giovane a cui piacciano queste cose. Non voglio generalizzare, ma sicuramente oggi, ripeto, è raro trovare, anche tra i triestini, coloro che sanno amare e rispettare quello che è pure il proprio passato. Perché la cultura del proprio luogo di nascita è una parte importante di noi, dalla foto più consunta al semplice parlare in dialetto. E come ben sappiamo, il dialetto è anche storia, la nostra storia.

Inoltre, la Sab è veramente una brava ragazza che si divide faticosamente tra lavoro e studio universitario. Solo per questo merita tanta stima ed apprezzamento.

E poi aggiungo pure che, come me, adora i gatti.


Quindi, permettetemi questo personale omaggio, composto innanzitutto da un mio pupolo. E poi da una mia piccola, scherzosa  performance canora... ovviamente in tema "colombico". :)


Questo è il pupolo... un ritratto. Il ritratto è serio (e difatti non ci sono colombi, ma solo un cocal, cioè un gabbiano), ambientato sulle rive di Trieste, al tramonto, in primavera. 

Siore e siori, ve presento la Sab (per visualizzare in grande, cliccare sopra il disegno):





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Qui invece un audio, dove il sottoscritto intona solo vocalmente, a due voci, l'Inno Nazionale ufficiale della Sab... VOLA COLOMBA! =)



     
              René

mercoledì 17 agosto 2011

GALLERIE SOTTERRANEE SOTTO SAN GIUSTO E CITTAVECCHIA

Buondì.

L'argomento "sotterranei di Trieste"  mi ha sempre appassionato, fin da ragazzino.
In questi ultimi due secoli sono sorte molte leggende (in gran parte svelate negli anni '80 e '90, grazie al paziente lavoro della S.A.S. - Società Adriatica di Speleologia di Ts). Leggende che parlano di lunghi ed estesi collegamenti tra il Castello di S.Giusto e la sottostante Cittavecchia. Un dipanarsi di storie oscure (nel vero senso della parola) facenti riferimento ad un tribunale segreto dell'inquisizione, ed a tre mummie (con tanto di sarcofago d'ordinanza) rimaste nascoste sottoterra per oltre cent'anni.

Dieci anni or sono (esattamente nell'estate del 2001), disegnai un fumetto "Disneyan-patoco" (significato del termine qui: http://triestepatoca.blogspot.com/2011/08/pupoli-miei-in-tema-disneyan-patoco.html )  , ispirato alla celebre storia dell'Omo Vespa. In questo fumetto, trattai molto ampiamente anche alcune di queste leggende sui sotterranei cittadini.
Vi propongo quindi un excursus "pupologicamente corretto" delle più importanti storie sui nostri sotterranei.

Ovviamente se cliccate sopra i disegni, potete visualizzarli in grande!

Ordunque... il fumetto è ambientato nel 1932 (in quell'anno il famoso Omo Vespa entrò in azione, per circa un mesetto), quindi... ecco come si presentava agli occhi del triestino la Chiesa di S.Maria Maggiore:


I lavori di rifacimento di Cittavecchia, ordinati dall'allora podestà Salem, verranno iniziati appena a partire dalla fine di quell'anno. Quindi, prima dello sbancamento di una gran fetta dell'antico quartiere di Riborgo, anche l'imponente Chiesa dei Gesuiti era occultata da antiche case d'origine medievale.

S.Maria Maggiore è uno dei punti nevralgici di varie leggende legate al sottosuolo triestino. 
Una di esse vuole, secondo la tradizione popolare (e secondo alcune testimonianze, anche risalenti ad epoche recenti), che tra la chiesa ed il vicino palazzo neoclassico denominato Rotonda Pancera, vi si trovi un cunicolo sotterraneo di collegamento, a sua volta collegato da altrettanti passaggi ipogei.

Ecco il nostro eroe "triestin"... Topolin Morbin, che assieme al fedelissimo Pippo Nagana s'avventura nei sotterranei della Rotonda:












Indietreggiando ancora un po' nel tempo, giungiamo nel 1923, anno in cui, si dice, una fantomatica commissione di Pubblica Sicurezza avrebbe esplorato a fondo, catalogato e poi sigillato definitivamente gran parte dei passaggi sotterranei sotto la Cittavecchia:




Adesso, riandando un po' avanti, possiamo trovare nel 1927 un giovanissimo Diego de Henriquez, alle prese, assieme ad altri due amici suoi coetanei, in rocambolesche espolrazioni del sottosuolo:


Si dice anche che de Henriquez ed i suoi due amici, siano stati gli ultimi individui ad aver visto con i propri occhi i resti della fantomatica "Camera rossa", ovvero un segreto tribunale della Santa Inquisizione, che, secondo la leggenda, dovrebbe essere ancora lì, sotto il pavimento della Chiesa di S.Maria Maggiore, ben occultato.



In anni recenti, come già detto poco più sopra, la sez. di speleologia urbana della S.A.S. di Trieste, ha appurato che la famosa Camera rossa non sarebbe altro che un parto di una certa fantasia popolare di stampo anticlericale, tipica dei territori austriaci di fine '800. Ciò nonostante la leggenda è tuttora viva.
Qui sotto, i padri gesuiti nell'ultimo vano dei sotterranei di S.Maria Maggiore:





Un'altra leggenda prende spunto da un fatto accaduto realmente. Nel 1908, sbarcò in Canal Grande di Ponterosso la nave "Cleopatra", proveniente dall'Egitto. Dalla stessa furono sbarcati tre sarcofaghi, contenenti altrettante mummie. Tali sarcofaghi furono momentaneamente depositati in un antico magazzino sotterraneo sito sotto una casa, oggi non più esistente, in via Crosada, vicino a via Punta del Forno. 
I sarcofaghi furono messi in quel luogo, in attesa di venir trasferiti al Museo di Storia Naturale... ma... furono dimenticati lì, e amen. Pochi anni dopo scoppiò la Prima Guerra Mondiale, e delle mummie si dimenticarono tutti, fino al 1993 allorquando un gruppo di ruspe si mise a scavare nell'area dell'ex deposito comunale, nella speranza di ritrovare ancora lì le mummie.  E difatti questa leggenda vuole che le mummie siano ancora lì, sotto un moderno strato di cemento armato ed asfalto, ad aspettare l'arrivo di un novello Indiana Jones:




Sempre le tradizioni popolari indicano una possibile entrata a questi vani ipogei nel pozzetto romano situato all'inizio del vialetto d'entrata al Castello di San Giusto:





Come per tanti altri castelli, anche per quello di S.Giusto si suppone l'esistenza di una vasta rete di gallerie di mina e contromina, che sarebbero state usate come via di fuga in caso d'assedio. Tali gallerie sarebbero poi sbucate in alcuni cortili interni di case site nella sottostante Cittavecchia. Secondo la leggenda, la prima volta che una di esse venne usata, fu durante l'assedio ai napoleonici, nel 1813, ad opera degli anglo-austriaci che volevano ripigliarsi le Province Illiriche.
L'assedio sarebbe poi terminato con la resa dei francesi. Ma prima, ben 800 uomini delle truppe napoleoniche restavano asserragliati nel castello, mentre fuori vi era piena battaglia. Le truppe austriache, comandate dal conte Nugent, erano scese dal Carso, mentre gli inglesi erano giunti dal mare, dove cannoneggiavano in continuazione  la città, fedelissimi agli ordini impartiti loro dal controammiraglio Freemantle.




Ed è a questo punto che parte la leggenda, la quale narra di come il Commandant d'Armèe Rabié volesse trarre in salvo la propria figlia. Una bellissima ragazza ventunenne, troppo giovane per cadere in mano agli anglo-austriaci... in particolare al nemico giurato di Rabié, il tenente Samuel Chiolich von Lowensberg, attratto dalla ragazza. Il tenente morirà poco dopo questi fatti, nel tentativo di entrare nel vicino forte di San Vito, detto "Sanza".

Rabié, decide di affidare la sua amata figlia ad un amico fidato, il sagrestano di S.Giusto Giuseppe Mainati.


La figlia in lacrime, implora il padre di seguirla, ma il Rabié decide di restare per trattare la resa.
Il terzetto scende nei sotterranei del bastione veneto del castello (quello circolare rivolto verso il mare). Da lì, aperta una pesante botola d'arenaria sul pavimento, il Mainati e la figlia scendono in un ulteriore camminamento ipogeo che segue le soprastanti mura della città, fino alla Tor Cucherna.


Dunque, richiusa la botola alle loro spalle, il sacerdote e la ragazza (travestita da popolana) s'incamminano lungo un oscuro cunicolo in discesa, verso il mare, in cerca della salvezza, proprio mentre parecchi metri sopra le loro teste i combattimenti infuriano.




Seguendo questo tortuoso percorso, i due giungono alla salvezza sbucando proprio da un'altra botola posta nella stalla del cortile della trattoria "Al Monte Nero", sita in via Riborgo n.27, dove l'oste Stephan Rupnik li aspetta.
Durante la discesa sotterranea, il Mainati vuol rendersi generosamente utile nei confronti della ragazza, come possiamo leggere nelle vignette che seguono (cliccandoci sopra per vederle in grande):




















Inutile dire che, non appena le truppe austriache entrarono nel castello, dopo la resa dei francesi, il tenente non prese certamente bene la fuga della figlia del comandante.








Questa è la leggenda, dal sottoscritto caricata un po' a puro scopo umoristico-fumettistico.

Nel 1817, il Mainati diede alle stampe alcuni suoi scritti riguardanti la storiografia triestina di quel periodo... in particolare gli avvenimenti del 1813 li narrò nelle sue famose "Croniche":





La leggenda del collegamento tra il bastione veneto del Castello di S.Giusto, la Tor Cucherna e la Cittavecchia, ritornerà nel ventesimo secolo in un'analoga situazione. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, nel 1944, alcune truppe tedesche di stanza a Trieste restano asserragliate all'interno del castello, assediate dalle truppe neozelandesi appena giunte in città. Alcuni testimoni oculari affermarono di aver visto in quei giorni sbucare da un portone di una vecchia casa in via Crosada (in Cittavecchia) un piccolo manipolo di soldati nazisti, appena usciti da una diramazione dello stesso tunnel del bastione veneto, di cui ho accennato poco più sopra con le mie vignette. 

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Queste sono solo una delle tante leggende che cercherò di illustrare simpaticamente, con parole e vignette... a chi è riuscito a leggere fin qui va il mio ringraziamento più caloroso, sperando sia stata una lettura gradita.

Un salutone, alla prossima!


    René

lunedì 15 agosto 2011

MOLIGHE 'L FIL CHE 'L SVOLI, QUEL MANDRIOL PELOSO...

Salve a todos morbinari... dopo un per de ore dall'ultimo post, rieccomi qui. Di nuovo Buon Ferragosto (quel che resta).

Oggi analizzo la famosa canzone triestina MOLIGHE 'L FIL CHE 'L SVOLI. E' un tipico canto popolare triestino, derivante da una marcia.
La marcia piace a tutti... è un ritmo pomposo ed orecchiabile, che infonde sempre allegria e voglia di muoversi. Tanto è vero che la gran parte dei giovani d'oggi son convinti di ballare su chissà quali ritmi moderni e "trendy", quando si ritrovano nelle discoteche che sparano a non so quanti decibel, bordate di techno e funky. Ma in realtà, ed è la scoperta dell'acqua calda (anche se in molti, per l'appunto, non se ne saranno forse mai accorti), la discoteca piace perché non è altro che un ritmo di marcia (e/o di tango, specie nella prima discomusic fine anni '70 - inizio '80), il tutto però proposto in chiave elettronica, e mandato continuamente on air su una stessa nota (tunz tunz tunz), fino allo sfinimento. Quindi, fa venir voglia di ballare.

Ritornando a "Molighe 'l fil", essa è una canzone a doppio senso... innocua, ma anche maliziosa allo stesso tempo. E ci narra di un'usanza allora molto in voga nei pomeriggi di giochi all'aria aperta dei ragazzini.. la cosidetta "mularia". Teniamo conto che stiamo analizzando il periodo che va dai primi del '900, fino alla fine degli anni '40, più o meno.

Intanto, diamo un nome alla musica di base dalla quale il popolo ha tratto lo spunto per il motivetto in dialetto triestino: si tratta della marcia austriaca, peraltro ancor oggi molto conosciuta ed apprezzata, "WIEN BLEIBT WIEN!" (Vienna rimane Vienna!). La classica marcia da parata militare.
Fu composta dal compositore Johann Schrammel (nato il 22 Maggio 1850 a Neulerchenfeld, nei pressi di Vienna, e deceduto giovanissimo, a soli 43 anni, il 17 giugno 1893 a Vienna), ed a tutt'oggi resta il pezzo più conosciuto e di successo di tal compositore. 

Qui sotto il compositore, Johann Schrammel.



















Qui sotto invece il frontespizio dello spartito originale della marcia "Wien bleibt Wien!" (cliccare sulla foto per una visualizzazione con miglior risoluzione).



















Ecco, tratta da Youtube, la marcia in questione:


E veniamo alla nascita del motivo popolare triestino.

"Molighe 'l fil che 'l svoli", cioè "lasciagli il filo, cosicché possa volare", consisteva nel legare alla zampetta di una cetonia aurata (in triestino "el mandriol peloso"), un filo o un piccolo spago per non lasciar volar via l'insetto, tenendolo come un cagnolino al guinzaglio!
Era un giochetto crudele però, perché quasi sempre la zampina del povero animaletto si spezzava.
La canzone, usa il pretesto di questo antico gioco per ironizzare a doppio senso sulla donna che tiene legato a sé l'uomo che la dovrebbe sposare.. per poi invece lasciarlo "volar via", proprio come la cetonia.

La seconda strofa recita: "El me ga dà na vera, de quele de coltrina, bonora stamatina la fuga el ga ciapà!!"... le "vere de coltrina" (dette dal popolo anche rincele) sono gli anelli delle tende, ed anche qui c'è il doppio senso "in salsa matrimoniale".

Qui sotto il testo in triestino, ed a seguire la traduzione in italiano realizzata dal sottoscritto con alcune licenze poetiche, per cercare di far quadrare il testo in italiano con la metrica originale del testo in vernacolo.


MOLIGHE 'L FIL CHE 'L SVOLI

Molighe el fil che 'l svoli
quel mandriol peloso
el voleva che lo sposo
mi invece lo go lassà...

Lo gavevo, lo gavevo, lo gavevo e lo go lassà
perché el iera, perché el iera, perché el iera un disperà...
Lo gavevo, lo gavevo, lo gavevo e lo go lassà
perché el iera, perché el iera, perché el iera un disperà!


El me ga dà na vera
de quele de coltrina
bonora stamatina
la fuga el ga ciapà!...

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Traduzione:


MOLLA IL FIL CHE VOLI

Molla il fil che voli
quell'insetto peloso
lui voleva che lo sposo
ed io invece poi lo lasciai...

Io l'avevo, io l'avevo, io l'avevo poi l'ho lasciato
perché era, perché era, perché era un disperato...
Io l'avevo, io l'avevo, io l'avevo poi l'ho lasciato
perché era, perché era, perché era un disperato!

E mi diedé una vera
di quelle da coltrina
poi presto stamattina
la fuga lui iniziò!

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Qui di seguito, vi propongo un videoslide con alcuni miei pupoli. In sottofondo una mia versione alla buona, canticchiata a cappella, della seconda strofa e ritornello di "Molighe 'l fil che 'l svoli":



Un altro videoslide... stavolta la canzone è canticchiata, sempre a cappella da un Oliver Hardy "patoco", con annesso "Triestanlio", prontissimo a rovinare involontariamente l'esecuzione dell'amico. Le imitazioni dei due sono del sottoscritto, che spesso e volentieri si diverte ad imitare tanti personaggi, tra cui i due grandissimi ed eterni attori comici.


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Un caro saluto, alla prossima...


    René

EL TRAM DE OPCINA... in chiave blues - René

Tutti conoscono e cantano da anni la popolare marcetta in dialetto triestino "El Tram de Opcina", una canzonetta simpatica e briosa del 1902 (derivata da una marcia austroungarica del periodo) dedicata al nostro storico tram a funicolare, che peraltro descrive il fatto realmente accaduto del ribaltamento del tram stesso in quell'anno, a causa dei freni rotti che fecero deragliare il tram giù per la discesa (allora a cremagliera).

Qui sotto il mio pupolo, che illustra simpaticamente quanto accaduto realmente la mattina del 10 ottobre 1902, all'altezza della curva di Romagna sul colle di Scorcola (cliccare sopra il disegno per visualizzarlo in grande):




Bene. Dopo aver letto l'articolo di Rumiz, sul quotidiano Il Piccolo di Trieste, articolo che denotava la comparsa a Trieste di una musica cosidetta "apolide",  ho voluto stravolgere completamente questa famosa marcetta, ricantando in inglese la prima strofa e ritornello, e riarrangiando il tutto in una malinconica versione blues (che apparentemente stride con il simpatico testo e la giocosità goliardica dell'originale)... ergo, ho voluto creare un "Tram de Opcina apolide".  :D
La mia voce è accompagnata dalla chitarra acustica di un mio carissimo amico napoletano (Napoli, è la patria del blues italiano), Luciano Barba, detto "Lucianone". Un grande chitarrista partenopeo (che fu anche un ottimo turnista per alcuni importanti artisti).

Un esperimento, ed una bella unione musicale tra Napoli e Trieste.
E siccome è in inglese, penso sia fruibile a tutti, anche se non si conosce l'originale. Certamente è un esperimento nell'ambito locale mio, per vedere l'effetto che fa con i triestini, mentre per tutti gli altri può essere una piccola canzone blueseggiante "all'italiana", spero piacevole.


La mia interpretazione "apolide":


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Bene... con questa mia rivisitazione per oggi vi saluto (ma magari torno più tardi, chissà... ), augurandovi un Buon Ferragosto.

SEMPRE ALEGRI MAI PASSION, VIVA L'A E PO' BON! (Viva lA, nel senso di Viva l'Austria... presto spiegherò anche questa canzone, nascita e le varie versioni, su questo blog).


     René

venerdì 12 agosto 2011

PUPOLI MIEI, IN TEMA "DISNEYAN-PATOCO" - ANTEPRIMA "LA CAVALA ZELANTE"!

Cosa succederebbe... se la famosa "cavala zelante" dell'omonima famosissima canzone triestina, diventasse... un fumetto?

E cosa succederebbe se il protagonista di questo fumetto fosse un Mickey Mouse dei primissimi anni '30 (con tanto di braghette rosse e bottoncini gialli), ma in salsa... "disneyan-patoca", cioè un TOPOLIN MORBIN nato in via Capitolina a Trieste, che tenta con non pochi sforzi di trascinare la sua cavalla zelante, dal colle di San Giusto fino alle Rive, ovviamente imprecando in dialeto patoco?

Cosa succederebbe se... se... intanto continuate a seguire il blog... e lo scoprirete (ma non abbiate fretta... sono molto lento, poiché il disegno per me è solo un hobby coltivato a livello puramente amatoriale nei ritagli di tempo libero, alla sera).

Intanto qui sotto vi posto due anteprime, in perfetto stile "fumetto Disney italiano anteguerra"... ma opportunamente taroccato in stile "Disneyan-patoco"!

Stay Tuned...

   René - Addì venerdì 12 agosto 2011

(cliccate sopra le anteprime per visualizzarle in grande)



UNA DEDICA PIAN PIAN

Una mia breve poesiola, risalente a qualche anno fa. (ve la presento prima nella versione originale, in vernacolo triestino. Successivamente nella traduzione in italiano)
... poco più in basso un mio disegno "pupolo", ispirato alla stessa.

Spero vi piaccia.  :) 


UNA DEDICA PIAN PIAN
(Version original in triestin patoco)

Xe' tanti modi de parlar...
      Mi te lo sussuro.

Xe' tanti modi de svolar...
      Mi no volo de fantasia, ma con la realtà dei oci tui.

Xe' tanti modi de sognar...
      Mi sogno un calesse rosso pe' scortarte de S.Giusto al mar.

Xe' tanti modi de dir "TE AMO"... questo xe' el miglior:
      TE DEDICO TRIESTE, IN SILENZIO, SOLO A TI!


   René 2005


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E adesso la traduzione in italiano.


UNA DEDICA PIAN PIANO

Ci sono tanti modi di parlare...
    Io te lo sussurro.

Ci sono tanti modi di volare...
    Io non volo di fantasia, ma con la realtà degli occhi tuoi.

Ci sono tanti modi di sognare...
    Io sogno un calesse rosso per scortarti da S.Giusto fino al mare.

Ci sono tanti modi di dire "TI AMO"... questo è il migliore:
    TI DEDICO TRIESTE, IN SILENZIO, SOLO A TE!  

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Qui sotto il mio disegno dello stesso periodo, ispirato alla stessa poesia (cliccate sopra il disegno per poterlo vedere più grande):

  
      René

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